
Celebrazione del “Giorno della Memoria” alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale
27 Gennaio 2010
É per me un privilegio, Signor Presidente, poter essere qui, oggi, in rappresentanza del Ministro Gelmini, per partecipare a questa solenne celebrazione del Giorno della Memoria, a cui ogni anno Lei riserva tanta attenzione e tanta cura. É una tradizione che ci accompagna e ci dà forza. Ci sostiene nel nostro lavoro quotidiano e incoraggia le scuole, i docenti, i ragazzi, che considerano un premio ambito il fatto di essere riuniti qui, oggi, e ricevere da Lei il riconoscimento per il loro impegno e il risultato del loro lavoro.
Non sono qui soltanto i vincitori del concorso “ I giovani ricordano la Shoah”, promosso dal MIUR unitamente all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, giunto ormai alla sua 9° edizione. Ci sono anche tante altre rappresentanze di scuole che, anch’esse, lavorano da anni con dedizione e intelligenza sul tema della Shoah e vedono in questa giornata il compimento, ed il riconoscimento del loro lavoro, ritrovando quel nuovo coraggio ad andare avanti nel loro studio e nella loro ricerca.
Grazie, Signor Presidente, per la Sua attenzione e per la Sua dedizione. Grazie, ragazzi, perché, con il vostro studio e il vostro interesse per l’argomento, dimostrate il vostro impegno nella difesa di quei valori di legalità, giustizia e rispetto, che sono alla base del nostro vivere civile.
Sono ormai dieci anni che in Italia è stata istituita la “Giornata della Memoria”, con la legge 211 del 2000.
Questa cerimonia appare oggi particolarmente significativa, perché i dieci anni trascorsi ci inducono a tentare un iniziale e timido bilancio che, seppur frammentario, mira a valutare il se, il come ed il quanto la legge istitutiva di questo Giorno della Memoria abbia inciso nella società civile e nella scuola, abbia modificato atteggiamenti e comportamenti, restituendo al “ricordo” il suo autentico valore e un significato che va al di là della celebrazione e del rito.
Certamente, per quanto riguarda la scuola, questa legge ha rappresentato uno stimolo e uno strumento di raccordo istituzionale necessario a concretizzare l’opera di studio e di riflessione sulla Shoah lungo tutto il curricolo dello studente, dalla scuola primaria alla scuola superiore.
Dieci anni fa, nello stesso anno in cui l’Italia sanciva il ruolo della memoria con questa legge approvata all’unanimità dal Parlamento, veniva solennemente proclamata la “Dichiarazione di Stoccolma”, sottoscritta anche dal nostro Paese, insieme ad altri Paesi fondatori dell’ITF (Task Force internazionale per l’insegnamento, la ricerca e la memoria della Shoah). In questa “Dichiarazione”, di cui si è celebrato proprio ieri, a Stoccolma, il decennale, gli Stati membri esprimevano il loro impegno ad “incoraggiare lo studio della Shoah in tutte le sue dimensioni”, quindi nelle scuole, nelle università, nelle comunità e nelle diverse istituzioni.
Il nuovo millennio, dunque, non casualmente, si apriva con l’istituzione di leggi che hanno sancito “La Giornata della Memoria” in quasi tutti i Paesi d’Europa e con una conferenza internazionale di grande prestigio, che dichiarava “il proprio impegno a gettare i semi di un futuro migliore nel terreno di un amaro passato”, “affermando l’aspirazione comune dell’umanità alla reciproca comprensione e alla giustizia”. Tale impegno, ovviamente condiviso, include la commemorazione delle vittime e il tributo d’onore che va riconosciuto a coloro che seppero opporsi in modi diversi alla Shoah.
Nella loro estrema sintesi, sia la nostra legge 211 sia la Dichiarazione di Stoccolma hanno affidato agli uomini ed alle donne del terzo millennio ed, in particolare, alle nuove generazioni il compito di ricordare, e di ricordare con consapevolezza, un periodo oscuro e tremendo, non solo per le vittime, ma per la storia dell’intero genere umano. L’auspicio e l’intento fu ed è quello di riaccendere la memoria non come gesto rituale, che rischia di scivolare nella ripetitività e nella banalizzazione, ma con il fine di spianare la strada verso lo sviluppo di una diversa convivenza civile.
I campi da esplorare sulla Shoah erano e continuano ad essere tanti. Molti tasselli sono ancora da scoprire e da mettere insieme per comprendere con maggiore lucidità la complessità di un fenomeno storico, inquietante per le coscienze di tutti quegli uomini e quelle donne che devono “ricordare e capire” per non commettere gli errori del passato.L’invito era, e resta, soprattutto oggi, quello di non relegare la Shoah in un evento che per le sue dimensioni ha costituito uno spartiacque nella storia europea del 900. Né confinarlo ad un esempio inequivocabile di “male assoluto” che, per la sua connotazione storica, rischia di non avere attinenza col presente e col futuro del mondo. Ma è compito di tutti noi, e della scuola anzitutto, incoraggiare, alimentare e stimolare il desiderio di capire di più e di capire meglio, senza mettere in discussione le categorie etiche del bene e del male. É sempre possibile discernere fra oppressori ed oppressi, fra aguzzini e vittime. Occorreva promuovere la consapevolezza e la coscienza che dietro i numeri enormi della tragedia (i seimilioni di ebrei a cui si univano il milione e mezzo di rom e sinti, gli handicappati, gli oppositori politici e gli internati militari) c’erano persone come noi, con aspettative di vita, di studio, di lavoro, di amore, e di cui, proprio per questo, bisognava tramandare una memoria non indistinta. Sarebbe stato bello e significativo ricostruire quello che erano, che pensavano, che sentivano, prima e durante la tragedia.
Si trattava, come dice ancora Primo Levi, di dar voce ai “sommersi”, a coloro che non ce l’hanno fatta, per i quali gli stessi sopravvissuti sentono ancora di dover portare la loro testimonianza. Occorreva mettere in correlazione i fatti con le situazioni, i contesti con le persone. Bisognava non contentarsi del “quia”, per dirla con Dante, ossia del “cosa” era accaduto e del “come” le cose erano andate”, ma indagarne piuttosto il “perché”, offrendo risposte, quando possibile, a quella assenza di “perché” che aveva caratterizzato tanti comportamenti durante la Shoah. “Qui non c’è nessun perché” – dice una SS ad Auschwitz in Se questo è un uomo.
Anche se molti, tra cui Elie Wiesel, che ci fa oggi l’onore di essere qui con noi, in Italia, hanno sostenuto che “non si può spiegare Auschwitz perché l’Olocausto trascende la storia”, non solo gli storici e non solo gli ebrei, a cui per molto tempo, quasi esclusivamente, è stato affidato il compito di tramandare il ricordo della Shoah, non solo gli intellettuali, ma tutti noi, ancora oggi, sentiamo, non tanto il dovere, quanto la necessità intellettuale e morale di conoscere per comprendere anche ciò che può sembrare inconcepibile e incomprensibile.
Solo così, il consueto proposito del “mai più” può perdere il suo accento retorico e diventare reale proposito di azione contro l’ingiustizia, la sopraffazione e la violenza dovunque accada nel mondo.
Solo cosi la frase di George Santayana (filosofo e scrittore della prima metà del ‘900) ormai abusata quando si parla di Shoah “chi non sa ricordare il proprio passato è condannato a ripeterlo”acquista significato nell’auspicio di un ricordo consapevole e critico.
Lo Stato di Israele, che è nato dalle ceneri della Shoah, ed ha accolto tanti sopravvissuti, dopo un’odissea che, paradossalmente, non si è conclusa neppure con l’uscita dei campi, ha concretizzato, fin dagli anni 50, questo monito al ricordo con l’istituzione dello Yad Vashem. All’idea del monumento memoriale è legata quella del nome “Shem”, ossia dell’identità delle vittime e dei “giusti”. Perché questa identità non deve perdersi e confondersi nella indistinzione di un ricordo collettivo. E’ un metodo che abbiamo imparato.
Facendo un bilancio, credo che in questi dieci anni, la lezione della Shoah, come questione etica, riflessione storica e culturale e sfida della memoria, abbia dato i suoi frutti, e non solo in Italia e nel mondo occidentale in cui la tragedia della Shoah ha avuto luogo. La maniera di ricordare e di commemorare è profondamente cambiata. Sempre più è legata alla ricerca, all’approfondimento critico, all’espressione creativa. Sempre più si indagano fatti specifici, si rincorrono memorie individuali, si ricostruiscono singole storie, si ricercano testimonianze e le si fissano in un racconto che duri nel tempo, perché l’anagrafe impietosa non cancelli la memoria e non ne privi le generazioni future.
Sempre più spesso l’intelligenza della Shoah e l’emozione che ne deriva stimolano la creatività individuale e collettiva e danno luogo all’espressione artistica, in una eccezionale varietà di forme.
La maniera di commemorare si ispira e si anima, prendendo spunto dalla sensibilità e dalla fantasia di tutti, superando i confini di ogni singolo Stato. Quello che c’è di buono si accetta e si realizza.
In questi giorni anche in Italia, un po’ dovunque, nelle strade delle nostre città fanno la loro comparsa le cosiddette “pietre d’inciampo”, prendendo spunto ancora una volta dà ciò che è stato fatto in Germania e in altri Paesi d’Europa. La pietra incisa spicca nel selciato anonimo della città per ricordare il luogo in cui le vittime della Shoah vivevano e da qui furono strappate. E’ un ricordo concreto, legato alle singole persone, che serve a sottrarre le vittime al loro nebuloso anonimato.
Per concludere, il bilancio di questi dieci anni è sicuramente positivo per quanto riguarda la coscienza che il mondo occidentale, e non solo, va acquisendo della Shoah e di quello che ha rappresentato nella nostra civiltà. La Shoah è stata posta al centro di tutti gli studi e considerazioni sul genocidio, per la sua natura paradigmatica. Pur nella consapevolezza della sua unicità, sempre più ha aperto la strada, giustamente, allo studio degli altri genocidi. Non sono mancati, però, in questi anni, e continuano ancora, episodi preoccupanti di nuovo negazionismo, di antisemitismo, razzismo e xenofobia, non solo nei confronti degli ebrei. Questi episodi invitano a tenere alta la guardia, a fare attenzione al linguaggio, ad operare con attenzione per prevenire, ridurre e porre fine al reiterarsi di altra violenza.
Lo studio della Shoah è una straordinaria occasione culturale e pedagogica per superare stereotipi e pregiudizi, per un impegno comune di solidarietà e di pace.