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Senato della Repubblica

Parlamento Europeo

 

 

BOZZA DI PROGRAMMA DEL PARTITO

BOZZA DI PROGRAMMA ELETTORALE DELLA

DEMOCRAZIA CRISTIANA

 

 

 

PREMESSA

 

 

Gli esiti sociali della crisi economica, la crescente conflittualità e la polarizzazione di interessi e microinteressi, rischia di ridurre la dialettica politica a un mero e squallido scontro di corporativismi localizzati, a una funzione di contrattazione sugli interessi immediati, e di mediazione dei conflitti, con la conseguenza di sfaldare sempre più la capacità di sintesi politica delle istituzioni e di assottigliare, di fatto, le ragioni e i fondamenti costituzionali che portano a legittimare il potere delegato con il voto.

 

 Questa situazione nel contesto strutturale che sostiene i partiti, ne costituisce anche il limite e il condizionamento dovuto a una domanda sociale atomizzata e particolaristica, che ne va corrodendo i fondamenti etico-politici.

 

E questi sono i limiti e condizioni che penalizzano la capacità progettuale della prassi politica di fronte alle sfide e ai problemi complessi tipici  di un corpo sociale avanzato come il nostro, al cui interno si moltiplicano altre sfide che sono sfide di efficienza e di professionalità, di merito, di giustizia, di civiltà.

 

 

La crisi dell’ideologia è stata seguita e superata dalla crisi del riformismo e, oggi, ci troviamo ad affrontare un compito di ricostruzione politica e sociale che richiede, innanzitutto, la ricostruzione degli stessi strumenti di analisi, di dibattito e di lavoro.

 

Occorrono risposte articolate e democratiche da istituzioni che potranno recuperare autorità, solo se ne saranno legittimate, non da giochi di potere, ma da una rigorosa professionalità, da una limpidezza morale, da una affidabilità di iniziative  e di intervento, dalla capacità progettuale, dalla partecipazione democratica della stessa società.

 

E la questione morale  è strettamente connessa alla questione culturale che, solo se supportata da una politica di progetto, per quanto ardua e difficile sia la strada da percorrere che ci consentirà di essere all’altezza delle sfide esistenti.

 

Sfuggire a queste logiche significa ricadere nel pragmatismo inconcludente della gestione del quotidiano, del ricorso all’emergenza, della precaria mediazione di conflitti e di contraddizioni sociali.

 

La rifondazione della funzione sociale della politica, come rinnovamento dei partiti, cammina di pari passo con la ricerca di nuovi strumenti in grado di affrontare positivamente il tema dell’elaborazione culturale/politica, insieme al recupero delle energie sociali, finora tenute ancora ai margini del dibattito.

 

Bisogna dunque, che i partiti affrontino con uno sforzo non superficiale o demagogico, il grande problema di diventare realtà aperta, in confronto e dialogo con i cittadini, moltiplicando le opportunità partecipative, non fittizie, ma prospettive e decisionali insieme.

 

Si tratta, dunque, di proporre il volto di Partiti che non siano paralizzati sulla difesa ostinata dei clientelismi, delle lottizzazioni interne, dei meschini orizzonti di potere personale. Partiti che non si illudano di imporre il disprezzo per il confronto interno ed esterno, affermando, una sorta di giacobina presunzione verso tutto ciò che esprime autentici valori popolari e che garantiscano, specie con l’attuale sistema elettorale, ampie garanzie di democrazia interna.

 

Se da questo progetto può venire un partito maggiormente capace di sintesi politica, di dialettica interna, sarà allora in grado di conquistarsi una nuova autorità politica fondata sul sostegno cosciente dei suoi iscritti.

 

Manca infatti una partecipazione dal basso ed i grandi partiti devono comprendere che non è possibile assumere azioni dirigistiche né soffocare all’interno ogni processo democratico e di dibattito.

 

Ma è possibile oggi la convivenza tra due concezioni di partito tanto diverse? È possibile oggi riproporre un modello di partito con capacità di guida dei processi ed un forte radicamento popolare?

 

La storia politica e sociale di un paese registra snodi e coincidenze che – se interpretate nelle ragioni più profonde – esulano dalla mera casualità per fornire chiavi di lettura e prospettive più ampie e profonde.

 

La recente, definitiva conclusione dell’iter giudiziario che ha riconosciuto alla D.C. raccolta intorno a Giuseppe Pizza, la titolarità del simbolo e della rappresentanza della D.C., coincide singolarmente con la riapertura di un dibattito, che si era voluto non più attuale, non tanto sulla attualità di un “partito dei cattolici” ma sul loro ruolo in politica e, più in generale, nella società.

 

Oggi infatti la crisi della presenza politica dei cattolici appare ancor più evidente in quanto non esprimono né una politica ispirata ai propri valori e nemmeno presenze sufficientemente rappresentative, in grado di tutelare e promuovere quei valori.

 

E se è pur vero che varie formazioni si richiamano alla tradizione politica della D.C., è altrettanto evidente – prova ne è l’annullamento dei Popolari nel Partito Democratico – che nessuno degli “eredi” ha sufficiente forza e proposizione politica per ricevere una vera successione. Ancor più deludente appare l’inadeguatezza della diaspora post-democristiana in una fase caratterizzata dalla consapevolezza anche della Chiesa, sia pur con tutta la prudenza ad essa naturale, della urgenza di una rinnovata presenza dei cattolici con un loro coerente progetto, non alternativo e chiuso ma certamente senza alcuna timidezza di confronto e di proposta.

 

La frammentazione non deriva quindi solo dalla tensione ad occupare spazi non più politici ma meramente elettorali quanto dalla incapacità di tradurre per i tempi nuovi e per le nuove problematiche le impostazioni dottrinarie e programmatiche della cultura democristiana. Eppure il “movimento dei cattolici” è sempre stato storicamente consapevole della propria natura e del proprio compito, con la capacità di interpretare, nel tempo, i problemi della società.

 

Se si pensa alla sintesi che il partito degasperiano seppe operare tra il filone sociale e quello cattolico-liberale, tra il rispetto della laicità dello Stato e la profonda ispirazione cristiana, comprendiamo quanto concreto e possibile sia ricostruire la casa comune nella quale elaborare un progetto che offra all’intero Paese il nostro patrimonio.

 

 

A tal proposito è giusto sottolineare che il nostro carattere originale e distintivo non è mai stato, né potrà mai essere, di natura solo politica perché – senza alcun timore per il riaffacciarsi di antichi integralismi – il cammino dei democratici cristiani ha sempre avuto un netto riferimento religioso. Per comprenderlo appieno basti pensare al ruolo di ogni cristiano nella società che, come ci hanno insegnato Maritain e Rossetti, non va contrastata o temuta ma “incontrata” attraverso una politica nella quale i cristiani devono testimoniare ed operare.

 

E se ci chiediamo perché la D.C., mai sconfitta politicamente e dopo aver operato una incredibile e positiva trasformazione del Paese, sia oggi assente o subordinata ad altre culture politiche, la risposta potrebbe trovarsi proprio nella inadeguatezza ad aggiornare un patrimonio di valori ai tempi.

 

Ebbene oggi tutti coloro che si riconoscono in quella tradizione, in quella straordinaria proposta politica capace di conciliare giustizia e libertà, dignità dell’uomo ed esigenze dello Stato e del mercato, unità nazionale e valorizzazione delle autonomie, rispetto della laicità dello Stato e dei sentimenti religiosi del Paese, attendono un momento di sintesi ed una proposta capace di rimettere al centro della politica questa cultura.

 

È in tale cifra la possibilità di riprendere il nostro dialogo con i cittadini e tutto questo è oggi sempre più avvertito da larghe fasce della popolazione che avevano in passato affidato alla D.C. le loro speranze di futuro, e che non se ne sono allontanate volontariamente ma perché si sono repentinamente trovate prive di riferimento.

 

La D.C. si era, infatti, radicata come partito popolare perché aveva fatto fare al Paese la scelta dell’Occidente, dei suoi valori, del suo modello di sviluppo. I cattolici avevano “supportato” con tutta la forza della loro ispirazione quella scelta, che fu e rimane una scelta di tutte le democrazie industriali. Ma non fu una scelta “prevalentemente” cattolica. Il cattolicesimo politico aveva individuato nel modello occidentale la possibilità di valorizzare la persona umana e la sua libertà nella considerazione della trascendenza. L’umanesimo cristiano è stato, perciò “alternativo” all’umanesimo socialista. E nella difesa dei valori personalistici i cattolici democratici si sono incontrati con la cultura laica del Paese.

 

Se è possibile rifondare la politica intorno a nuovi modi di partecipazione a un nuovo coinvolgimento nell’assunzione di responsabilità comuni tra politica e società civile, bisognerà chiarire che il riconoscimento che lo Stato dà ai partiti con il finanziamento pubblico, richiede anzitutto, la funzione sociale dei partiti di dare contenuti alle istituzioni democratiche del Paese, per fare fronte alle trasformazioni in atto, che portano avanti nuovi soggetti sociali e nuovi bisogni.

 

La lotta della D.C. per lo Stato delle autonomie, splendida intuizione di Don Sturzo riafferma che, il cittadino con i suoi diritti e la sua piena partecipazione alla vita sociale non può, non deve essere emanazione statale, bensì affermazione collettiva di un diritto naturale.

 

Diritto che è innanzitutto diritto alla socialità, alla modificazione, allo sviluppo.

 

Eppure la cultura dominante dei nostri tempi tenta di riproporre proprio quei vecchi modelli di espropriazione dall’uomo di quanto è più peculiare e positivo. Uno dei metodi più sottili di questa strategia è stato proprio quello di suggerire che la speranza dell’uomo “umano” risiedesse nelle trasformazioni ultime, nelle rivoluzioni, nelle speranze assolute di rinnovamento globale, al prezzo però di una diminuzione, delle speranze e dei diritti individuali.

 

 

  LA DEMOCRAZIA CRISTIANA

 

La Democrazia Cristiana si ispira, secondo consolidate tradizioni, all’idea degasperiana cioè quella di essere un partito politico, laico, quindi aconfessionale e autonomo dalla Gerarchia, antifascista e democratico a difesa delle libertà e della democrazia a suffragio universale.

 

Un partito cioè capace di affermare il carattere laico, non confessionale dello Stato e nello stesso tempo di assicurare alla Chiesa la piena libertà per lo svolgimento della sua missione da cui lo Stato non può che trarre giovamento secondo i principi di fratellanza evangelica, principio essenziale di civiltà.

 

Un partito capace di promuovere la giustizia sociale secondo le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa in una visione interclassista.

 

Un Partito di ispirazione cristiana sa bene o deve sapere che il suo compito non è quello di gestire piccoli destini sulla quotidianità del potere ma riuscire a superare i sintomi di impoverimento esistenziale delle società occidentali e di costruire una nuova dimensione culturale  e politica intorno al destino dell’uomo specialmente in un momento delicato e drammatico quale quello della globalizzazione totale.

 

Pur consapevoli degli errori presunti e reali della lunga esperienza politica e di governo della D.C. è quanto mai opportuno aprire su questo tema di portata storica un dibattito politico e culturale in attesa di più profonde valutazioni storiche.

 

Con ciò non riteniamo che possa essere processata l’intera esperienza democratico cristiana all’interno del quadro politico internazionale e nazionale e degli equilibri difficili e delicati dal dopoguerra ad oggi.

 

Si auspica un Partito che sappia integrare un sistema di valori con una adeguata attrezzatura ideologica ed uno spessore di contenuti.

 

Quindi non un partito tecnocratico né senza ideologie ma nemmeno troppo ideologizzato. Un partito non di occupazione ma di incontro fra valori, interessi che sia in grado di assumersi in ogni momento le proprie responsabilità e che non sia un partito di mera gestione del  potere.

 

Per sua natura, confermata dalla sua stessa vicenda storica la D.C. è stato e deve continuare ad essere un partito tranclassista, né la sua ispirazione cristiana poteva generare un atteggiamento parziale o selettivo. Per scelta culturale che privilegia la crescita sociale dell’uomo, esso è un partito neoumanista, in tal senso è un partito democratico, liberista e progressista insieme, tendente a costruire un socialismo non burocratico, non repressivo, ma evolutivo ed aperto in cui lo Stato esalti il ruolo di garante costituzionale e di promotore di un equilibrato sviluppo sociale ed economico.

 

La D.C. rivendica le sue radici europeiste così come è giusto che la Chiesa rivendichi le radici cristiane dell’Europa ma siamo d’accordo con Renè Rémond quando sostiene: «Non è solo un caso se i Paesi dove i diritti dell’uomo sono oggi maggiormente rispettati sono i Paesi di tradizione cristiana, che hanno in retaggio un’antropologia cristiana. Ma le Chiese devono guardarsi dal rivendicare l’Europa come se fosse un bene loro proprio: non ne hanno il monopolio. In senso inverso, l’Europa deve riconoscere che il Cristianesimo è una componente precipua della sua storia e della sua identità».

La stessa riflessione sull’Europa, nel pensiero di Don Luigi Sturzo, approfondito negli anni dell’esilio va riconsiderata positivamente su temi fondamentali quali i poteri dello Stato, il diritto di resistenza e la sua visione pacifista.

 

Il problema internazionale dell’Europa scriveva Sturzo nel 1939 è la posta di questa guerra: «o la federazione europea o l’egemonia del nazionalismo alleato al bolscevismo».

 

L’impegno della D.C. sarà proteso al cambiamento del sistema elettorale che non è stato in grado di produrre una semplificazione del sistema dei partiti, sempre più numerosi, né una riduzione della frammentazione politica per favorire una “politica di centro” ed assicurare al Paese un futuro di continuità democratica indispensabile per il consolidamento delle libertà.

 

La D.C. ritiene indispensabile, per assicurare il rilancio dello sviluppo del Paese, l’elaborazione di un progetto di riforme sinceramente liberali che, né centro destra né il centro sinistra, sono in grado di proporre per il condizionamento che subiscono dalle rispettive ali estreme.

 

MEZZOGIORNO

 

Puntualmente, come ogni anno, il rapporto Svimez tenta di dare la sveglia al Mezzogiorno, e all’Italia, sul persistere e sull’allargarsi del divario, e puntualmente i fautori dell’assistenzialismo e della politica delle opere pubbliche producono una valanga di pseudoconcetti e di false argomentazioni per dimostrare che tutto va bene, che la disoccupazione è dovuta a ignoranza o a scarsa voglia di lavorare, che bisogna fare più case, più autostrade, più fognature e , magari, usare un po’ di polso per rendere il sud e le sue città più ordinate, più pulite e più sicure.

Ma secondo i dati Svimez gli investimenti sono crollati a seguito del blocco della legge 488 determinando ulteriori sacche di disoccupazioni che inevitabilmente hanno provocato riduzione dei consumi nelle famiglie.

Il divario tra le due Italie è cresciuto ulteriormente. Se si considera poi il fattore lavoro si registra un netto peggioramento con decreto occupazionale pari allo 0,8% investendo tutti i settori ad eccezione di quello delle costruzioni con un + 2,7% il settore agricolo ha subito il più forte colpo negativo con 3,7% in meno.

Eppure sembra che buona parte della classe politica del Paese non ritenga che la “ questione meridionale” debba essere considerata prioritaria. I dati della Svimez parlano chiaro, la disoccupazione aumenta solo al Sud, il prodotto interno lordo è la metà di quello del nord, il passo medio degli investitori cala.

La frattura tra le due Italie si aggrava.

Quindi è per niente che si sono aperti tanti cantieri? Fatte tante cose? Realizzate tante infrastrutture? Non diremmo questo, anzi che case, strade e impianti mancavano o erano troppo vecchi, ed è stato fatto bene.

Ma non si venga a illudere i cittadino meridionale che facendo quattro case e quattro strade si stanno facendo gli investimenti e si sta attrezzando il territorio per lo sviluppo. Ma anche le infrastrutture da realizzare vanno inquadrate in progetti strategici indicando priorità puntuali per il completamento.

A essere realistici va allora per prima cosa evidenziato l’aspetto positivo della politica per il Mezzogiorno voluto dalla Democrazia Cristiana, cioè che, comunque, si è modificato il quadro dei fattori economici/territoriali, che esiste la rete infrastrutturale di supporto a un processo di nuova industrializzazione, che tuttavia tarda a partire.

Va considerato che si è modificata la struttura insediativa in senso urbano e metropolitano, che alcuni meccanismi fiscali, redditizi e finanziari vanno migliorando, che alcune piccole e medie industrie, alcune imprese locali e alcune aziende e Società di servizi si vanno affermando anche a dimensione internazionale.

Va detto che queste realtà positive e, insieme, una spinta necessaria a nuove forme di imprenditorialità occorrono per delineare un modello nuovo della questione meridionale: non più questione contadina, già questione urbana, ma soprattutto una questione culturale tecnologica.

Si va cioè delineando l’esigenza di una maggiore preparazione, una più attenta formazione a tutti i livelli, dirigenti, imprenditori, lavoratori, in quei settori che aspirano a un alto valore aggiunto della produzione.       

È il caso in cui un problema di quantità si trasforma in un problema di qualità. Nel senso che ci servono non meno risorse, nono posti di lavoro, non meno investimenti e meno infrastrutture.

Ci servono nelle quantità necessarie ma con più un carattere di qualità.

Come superare la patologia sul divario a favore di una condizione fisiologica di spesa per il Mezzogiorno sta nell’indirizzare le risorse da una destinazione a puro sostegno dei redditi a una destinazione per interventi strutturali e di sviluppo.

Vuol dire sviluppare direttamente e indirettamente il prodotto interno lordo e smetterla con i tentativi di continua penetrazione commerciale dalle produzioni esterne. Sia chiaro non stiamo parlando contro gli scambi, ma contro il colonialismo, questo sistema di allargamento dei mercati meridionali che porta a far eccedere la nostra capacità di consumo sulla capacità di prodotto.

Eppure nelle ultime tornate elettorali è stato il sud a determinare la vittoria di questo o di quell’altro schieramento. Nel 2001 il Mezzogiorno votò, inconsciamente, per il centro destra. Ma il centro destra ha fallito nella politica per il Sud.

Il quadro oggi si presenta con tutta la sua drammaticità. Le migrazioni in cerca di lavoro, peraltro oggi qualificato, verso il Centro Nord sono ai livelli degli anni 50. Difatti sempre più lavoratori lasciano il Mezzogiorno. Negli ultimi 10 anni quasi 700.000 giovani hanno emigrato al  Nord.

La disoccupazione nel Sud si attesta intorno al 15% contro una media nazionale dell’ 8,2% ed a Nord intorno al 4,3%, il tasso di industrializzazione registra che su 1.000 abitanti nel Sud solo 44 lavorano nella industria manifatturiera contro una media nazionale di 117, con un tessuto polverizzato e orientato verso produzioni tradizionali a basso valore aggiunto.

Questo il quadro del Sud!

Lo sviluppo del Sud deve puntare su una nuova creatività che non può essere avventuristica né improvvisata.

La D.C. è fortemente critica sul progetto di federalismo fiscale proposto dal Governo perché penalizza il Mezzogiorno in quanto il sistema di ripartizione contiene di fatto un premio alle regioni più ricche prevedendo che le quote di tasse (IRAP e IRPEF) da trasferire alle Regioni per la spesa sanitaria debba essere tale da assicurare il totale finanziamento della spesa in almeno una regione. Ciò significa che il Mezzogiorno dovrà adeguare il passo alla ricca Lombardia.

È necessario che la questione meridionale assuma i connotati di questione nazionale così come fu posta dalla lungimiranza di Alcide De Gasperi nel lontano 1950, ponendo in essere tutti quegli incentivi, anche di fronte alla insufficienza del contributo delle energie imprenditoriali locali, tali da attrarre concretamente nel meridione risorse e progetti dall’esterno. 

 

LA FAMIGLIA

 

Il tema della famiglia è tra i più sentiti e dibattuti; in particolare in questi mesi molto si è detto sui cosi detti DICO.

Il Governo, infatti, ha varato un Disegno di legge l’8 febbraio 2007 sui “Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi.

Il provvedimento è finalizzato al riconoscimento giuridico delle convivenze con il conseguente riconoscimento di taluni diritti e doveri relativi alla salute, ai permessi di soggiorno,agli alloggi, agli utili di impresa, alla tassa di successione, a contratti di locazione, ad agevolazioni in materia di lavoro, a trattamenti previdenziali e pensionistici, a diritti di successione.

Forti critiche sono state espresse rispetto alla istituzione di una specie di matrimonio, come detto dai Vescovi italiani. Tali critiche sono state fatte proprie da molti movimenti e partiti di ispirazione cattolica.

La  D.C. è contraria all’impostazione di tale Disegno di legge.

La  D.C., di fronte a situazioni di fatto che hanno portato il Governo a predisporre quel disegno di legge, ritiene che, attraverso il diritto privato ed il codice civile, si possono ottenere gli stessi obiettivi previsti, senza introdurre un istituto simile a quello proprio della famiglia.

La  D.C. si rifà al dettato costituzionale che, all’art.29, così recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

La Costituzione dà per scontato l’impulso dell’uomo e della donna alla formazione di una famiglia “società naturale” e non esclude che il legislatore ordinario estenda l’ambito delle garanzie costituzionali ad altre situazioni “di fatto”, ma fa del matrimonio la base dell’unione familiare.

Da laici, nell’autonomia che ci è propria, condividiamo il giudizio dei Vescovi sul matrimonio e crediamo che i diritti della famiglia vadano sostenuti.

Le Amministrazioni comunali, nel redigere un programma di “stato sociale”, devono guardare con attenzione la prima società naturale presente all’interno del territorio e favorire un ordinato sviluppo a partire dai diritti alla casa, all’istruzione, alla salute, ai diritti dei minori come prevede la stessa Costituzione.

 

 

ECONOMIA

 

È necessario ristabilire ampie condizioni per lo sviluppo di una reale economia di mercato, che non vuol dire una economia di tipo capitalistico.

Il capitalismo, infatti, ha come obiettivo l’accumulazione e l’arricchimento fine a sé stesso, spesso in un quadro di relazioni e di stretti collegamenti con centrali finanziarie internazionali: mentre l’economia di mercato ha lo scopo di creare e di mantenere condizioni equilibrate giuste nell’incontro tra i diversi fattori della produzione, tra produttori e consumatori, tra produttori e produttori, con una presenza equilibratrice e non invasiva dello Stato, come moderno ed attento regolatore.

 

Esiste una differenza di fondo tra il capitalismo che può esistere anche in paesi autoritari, Cina compresa e l’economia di mercato che vive e si sviluppa, solo in condizioni di libertà politica e di concorrenza reale.

 

È necessario ripensare alla concezione fortemente “industrialista” che ha permeato e dominato le politiche di welfare, le normative sul lavoro, le logiche creditizie, la legislazione fiscale, esprimendo una decisa opzione a favore del modello dei distretti produttivi che hanno fatto la fortuna ed il benessere di questo Paese; a favore del mondo del terziario e del commercio che va aiutato ad evolversi e modernizzarsi; a favore mondo delle professioni e delle nuove tecnologie; a favore della agricoltura che non va assistita, ma va aiutata nella sua evoluzione, nella sua specializzazione, nella sua capacità di stare sui mercati nazionali ed internazionali.

Per raggiungere tali obiettivi occorre offrire alle imprese ed alle categorie produttive risorse finanziarie, flessibilità legislativa, efficienza nei pubblici servizi.

 

 

  

 

LOTTA AL TERRORISMO ED ALLA MALAVITA ORGANIZZATA

 

Il terzo millennio è caratterizzato dalla minaccia sempre più insistente di forme di barbarie inquietanti determinate dal terrorismo che compromette la convivenza civile e la pace nel mondo.

L’11 settembre ha rappresentato l’inizio di una escalation che ha registrato tappe significative di manifestazioni del terrore in New York, Madrid, Bali, Gerusalemme, Irak e va combattuto con ogni mezzo possibile.

L’Italia dovrà intensificare i rapporti di solidarietà fra gli occidentali per contrastare sul piano militare il terrorismo e su quello politico culturale il fondamentalismo.

Occorre impegnarsi per la promozione di politiche attive alla sicurezza ed alla diffusione della legalità e della cultura della legalità, risorse strategiche per lo sviluppo equilibrato e sostenibile di un territorio.

Infatti, la necessità di una concreta tutela del territorio e della popolazione in esso presente deve rappresentare l’obiettivo primario dell’impegno politico indirizzato a costituire quella indispensabile interazione tra le istituzioni, i cittadini ed il territorio che dia non solo sicurezza, ma anche percezione di sicurezza e per esso fiducia.

Oggi il terrorismo ha assunto anche una connotazione religiosa così come si è manifestata a seguito degli attacchi compiuti dai ribelli ceceni in Russia, in Estremo Oriente (vedi Indonesia e Filippine) e in Egitto.

 

 

  

LAVORO

 

 

L’economia di mercato moderna, non è più una questione di capitalismo, né di capitalismo privato, che si è trasformato, si è evoluto. L’economia oggi è una questione di intelligenza, applicata alla professionalità e all’organizzazione. 

La filosofia fondata sul concetto di disoccupato non regge più, questo va detto anche nel Mezzogiorno, dove occorre battersi contro logiche assistenzialistiche. 

Ci vuole iniziativa, ma fondata su conoscenze tecnologiche e su applicazioni finalizzate a quelle produzioni che rendono mercato. 

Il sistema Italia, specie se riferito al Mezzogiorno, è indietro sul piano della specializzazione tecnologica. 

Oggi è questa la vera risorsa che serve. Avere cervelli attrezzati e una rete di servizi moderni ed efficienti. 

Per questo è importante la formazione continua, sono importanti i parchi tecnologici, è importante una nuova riconversione produttiva, è importante la modernizzazione urbana e metropolitana. 

È lo Stato, (comprendendo anche le Regioni), che deve cambiare mentalità, evitando di inseguire le emergenze e dandosi la struttura per promuovere il cambiamento. Si spreca troppo per l’assenza di un quadro finalizzato e perché lo Stato, a volte, sbaglia a voler gestire direttamente fuori da logiche produttive. 

Politiche di gestione, politiche di controllo richiedono una riforma sostanziale in ordine alle politiche di indirizzo. 

Ci si preoccupa troppo di segmentare la politica del lavoro in direzione di categorie svantaggiate, categorie speciali, categorie protette – questo fa parte ancora della cultura assistenziale dello Stato, fa parte della cultura costruita sull’immagine del disoccupato da soddisfare con un lavoro qualunque. La politica delle risorse umane è un’altra cosa. La stessa questione della occupazione giovanile proviene dall’epoca della crisi energetica e del baby boom degli anni settanta. 

Dobbiamo fondarci su nuovi modelli, nei rapporti tra impresa, lavoro e Stato. 

L’ipotesi di equilibrio con perfetta flessibilità salariale appare inadeguata nello studio dei fenomeni relativi al mercato del lavoro. Proprio le diversità e la segmentazione del mercato non consentono una funzione omogenea, omogeneizzante, al concetto di equilibrio.  

Il mercato non si fonda sugli squilibri omologhi, ma viceversa sullo squilibrio programmato. Noi dobbiamo imparare a tenere sotto controllo, a prevedere e prevenire il processo di squilibrio per saper adeguare le politiche da scegliere. 

Dobbiamo seguire la funzione di flessibilità. Per questo anche uno squilibrio con prezzi e salari fissi è altrettanto inadeguato alla nostra, attuale, esigenza di modernizzazione del sistema di imprese e del corrispondente sistema strutturale e infrastrutturale.

 

 

 

I TRASPORTI E LA MOBILITA

 

Lo sviluppo produttivo e l’innovazione tecnologica dei sistemi di trasporto, l’adeguamento del servizio alle sempre maggiori esigenze di mobilità, sia di media e lunga distanza che locale, ed il contenimento dei costi generalizzati e dei consumi energetici rappresentano gli obiettivi di fondo per una politica nazionale dei trasporti che sia qualificante ed incisiva ad aggredire i problemi della mobilità (di persone e merci), della disoccupazione, specie intellettuale e delle regioni meridionali.

Una nuova politica dovrebbe essere in grado, da una parte di elaborare concreti piani di potenziamento e riconversione produttiva delle aziende operanti nel settore (ferro, autotelai, carrozzeria, cantieristica, componenti elettrici ed elettronici, assemblaggi, progettazioni e ricerca sistemistica ecc. tendenti all’aumento ed alla riqualificazione del lavoro), e dell’altra a produrre piani e programmi di investimenti e di esercizio per la costruzione di un modello di assetto dei trasporti nazionale e regionale tendente al riequilibrio ed allo sviluppo socio-economico del territorio.

Una attenta ed efficace politica dei trasporti deve tendere da un lato a realizzare una valida integrazione dei diversi sistemi operativi (stradale, ferroviario, marittimo, aereo) allo scopo di massimizzare i vantaggi specifici propri di ciascun sistema e dall’altro, organizzare ogni sistema all’interno del territorio di competenza per qualificare la mobilità delle persone e delle merci sia locali, nella singola area, sia tra aree diverse e distanti: a breve, media e lunga distanza.

Un tale criterio porterà a realizzare valide sinergie ed integrazioni tra aree diverse e porterà ad esaltare le specificità di ciascuna area.

Si pensi ai progetti a suo tempo proposti di integrazione tra aree regionali vicine.

Al nord con il coordinamento delle aree metropolitane di Milano e Torino (programma MITO), al sud con l’integrazione delle aree calabresi di Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza ed ancora al coordinamento delle aree metropolitane di Roma e Napoli: programma RONA.

Spesso le stesse Regioni si sono limitate a produrre lunghi elenchi di opere infrastrutturali senza alcuna giustificazione ed analisi dei problemi di trasporto delle zone interessate e delle possibili soluzioni tecnologicamente più efficienti. Si sono limitate a dare concessioni e contributi chilometrici di nuove linee alle più disparate imprese private senza valutarne gli effettivi benefici per la utenza ed i costi di esercizio; si sono limitate a ricucire i singoli progetti presentati dalle varie aziende di trasporto, spacciandoli anche per Piani, con la solita logica di mettere varie cose in cantiere, ma non certo cantierabili e quasi mai completate, senza un’analisi delle scelte e senza una strategia di intervento del breve, medio e lungo tempo, atti a risolvere un problema studiato e definito nei corrispondenti scenari temporali.

 

Gli obiettivi generali di una nuova politica dei trasporti possono così essere indicati:

a)    diritto alla mobilità inteso come possibilità di raggiungere in tempi accettabili i centri direzionali a livello metropolitano regionale, i centri di servizio a livello comprensoriale (mediante sviluppo del sistema dei collegamenti su ferro intercity) ed i centri urbani (mediante sistemi su ferro di tipo leggero);

b)    riduzione del costo globale di mobilità inteso come somma del costo del sistema di trasporto (investimenti ed esercizio) e dei costi sopportati dagli utenti e dalla collettività (tempo di viaggio, inquinamento, comfort).

Per perseguire tali obiettivi occorre predisporre a livello nazionale dei chiari indirizzi e normative cogenti per l’attuazione, da parte delle Regioni e delle città metropolitane, di piani di mobilità e dei trasporti urbani finalizzati a razionalizzare le risorse esistenti, di tempo e costo di realizzazioni contenuti.

Purtroppo si deve riscontrare il prevalere interesse della classe politica a concentrare l’attenzione sui grossi investimenti infrastrutturali (ferrovie metropolitane, svincoli autostradali, ecc.) che, pur essendo necessari per affrontare adeguatamente il problema nel lungo periodo, sono anche di più costosa e lontana realizzazione e richiedono quindi un’analisi più accurata della generale strategia di assetto della mobilità; la scarsa cultura sulla gestione e l’adeguamento continuo dell’esistente rende dubbiosi circa la capacità della efficacia e della gestibilità dei più grossi investimenti.

Per un più razionale assetto del sistema di gestione dei trasporti, va riscoperto il ruolo di una struttura a scala metropolitana che dovrebbe soprintendere all’amministrazione unitaria di interventi e ai servizi gestiti dai vari Enti.

 

In tempi brevi, in particolare l’impegno del Governo dovrà essere proteso alla attuazione:

1)    completamento ed integrazione della rete ferroviaria ad Alta Capacità/Velocità. Nel Mezzogiorno dovrà essere portata a regime la tratta ferroviaria Roma – Napoli, già ultimata (per prima in Italia) ed entrata in esercizio, ma che richiede il completamento dei nodi di Roma e di Napoli, originariamente stralciati dal progetto della tratta.

Dovrà essere varata la tratta ad Alta Velocità/Capacità  Napoli – Bari e sistemare le linee ferroviarie tirrenica e jonica per i collegamenti a breve, media e lunga distanza;

 

2)    realizzazione dell’Aeroporto Internazionale di Grazzanise in provincia di Caserta così come previsto nel piano dei trasporti nazionali. Sarà in tal modo possibile dotare il Sud Italia di una efficace infrastruttura aeroportuale per i collegamenti aerei a lunga distanza, anche intercontinentali.

Tale aeroporto potrà anche costituire una sicura e valida alternativa per gli aeroporti romani in linea con i criteri di sicurezza ICAO e scalo tecnico per i collegamenti intercontinentali Est-Ovest anche se non interessati al territorio italiano.

Inoltre, tenendo conto della presenza delle industrie aeronautiche presenti nell’area metropolitana e meridionale, esso potrà proporsi come scalo tecnico di assistenza e manutenzione per le numerose compagnie aeree operanti in Africa, Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo in genere; valorizzazione e sistemazione della portualità nazionale e, in particolare meridionale per dare giusto rilievo al trasporto marittimo, anche di cabotaggio. Tanto anche per motivi economici ed ecologici.

 

       

 

AREA METROPOLITANA

 

 

 

 

Il recente provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri avente per oggetto la istituzione di 9 aree metropolitane nel Paese, già indicate con l’art. 17 della legge 142/90, può rappresentare una svolta strategica, utile allo sviluppo, sempre che in tempi ragionevoli si creino condizioni favorevoli a maturare un ambiente di convenienza agli investimenti.

Nel processo di rimodernizzazione, che è processo culturale-tecnologico, si dovrà favorire l’identità tra funzione urbana e funzione direzionale, tra funzione metropolitana e funzione produttiva evoluta riorganizzando i settori terziari.

Le grandi aree urbane vanno stimolate in direzione di questo cambiamento tanto negli aspetti culturali quanto in quelli strategico operativi.

Ma l’occasione che ci viene offerta non va sciupata in sterili polemiche se l’area metropolitana va identificata con quella dell’attuale provincia, quasi a voler mantenere in vita una struttura inutile ma piuttosto come in dimensioni più ampie è possibile organizzare lo smaltimento dei rifiuti urbani, di quelli tossici e nocivi; la organizzazione di un sistema informatico per il coordinamento e la gestione di tutte le attività ai livelli istituzionali; alla incentivazione della ricerca tecnologica; alla depurazione delle acque con relativo riutilizzo e recupero; al disinquinamento atmosferico; i problemi sul traffico che interessano tutte le grandi aree urbane.

La Regione deve ridimensionare il proprio ruolo a quello di ente legislativo e di programmazione trasferendo gestione e personale agli enti locali minori che rappresentano i più diretti interpreti delle volontà popolare.

Nei grandi Comuni in questo processo occorre dare effettivi poteri alle circoscrizioni comunali come avviene per gli arrondissement parigini. Esiste, purtroppo, una tendenza degli stessi assessori di riassumere da soli tutta la rappresentanza popolare disprezzando a volte il confronto interno ed esterno, affermando una sorta di giacobina presunzione verso tutto ciò che esprime autentici valori popolari.

 

 

L’emergenza rifiuti

 

I cittadini soffrono grandemente per quella che è stata definita una catastrofe ambientale ed attiene al “ciclo per lo smaltimento dei rifiuti”.

E’ evidente che la questione rifiuti rappresenta oggi un’emergenza che ha ricadute sullo stato della salute e della normalità della vita delle popolazioni.

La spesa pubblica ha raggiunto punte altissime, specie in Campania, mentre da oltre tredici anni il Commissariato straordinario dei rifiuti, diretti da diversi Commissari di Governo, non riesce ad imporre una linea virtuosa di azione.

Discariche abusive, cave, pozzi di irrigazione, il mare sono diventati sversatoi naturali anche di rifiuti tossici provenienti da altre regioni italiane.

I cittadini comprendono la gravità di una situazione che comporta spese che vengono sostenute dalle famiglie attraverso le tasse comunali.

La normativa europea in materia è incentrata sulla raccolta differenziata e sul recupero della materia.

Lo smaltimento dei rifiuti va effettuato, come da normativa, con le “tecnologie più perfezionate”.

Gli impianti di CdR avrebbero dovuto produrre, dopo la raccolta differenziata, frazione organica stabilizzata, materiale inertizzato e combustibile da rifiuto, le così dette ecoballe. Sono stati spesso prodotti rifiuti non a norma poi conferiti in discariche con conseguente inquinamento di falde acquifere e dell’ambiente.

La  D.C. che si ispira ai grandi valori del solidarismo propone che in ogni Comune si attui la raccolta differenziata, che è momento essenziale di partenza per tutto il ciclo dei rifiuti.

Con grande responsabilità le Amministrazioni devono riappropriarsi delle competenze in materia, mentre i Sindaci eletti dovranno tornare ad essere realmente i primi “ufficiali sanitari” del loro territorio.

Occorre che si attuino la leggi regionali dei rifiuti prevedendo lo smaltimento con tecniche pienamente rispettose della salute pubblica, quali quelle a freddo.

Gli inceneritori  non devono essere di vecchia generazione  che  producono diossine e ceneri da trattare e smaltire ulteriormente in altre discariche speciali ed in essi si brucerebbero anche le false ecoballe prodotti dai CdR. La loro localizzazione a volte insiste su territori densamente abitati e già inquinati.

La progettazione di questi inceneritori è contrastante con la politica della differenziata.  Una accettabile differenziata non produrrebbe poi tanto materiale per mantenere a regime questi termovalorizzatori definiti dalla nostra legislazione come industrie insalubri di prima classe (art.216 testo Leggi sanitarie G.U. n.220 del 1994).

Siamo oggi in presenza delle conseguenze di scelte non condivisibili, le cui conseguenze sono proprie della responsabilità di chi le ha compiute.

Le Amministrazioni comunali dovranno essere impegnate a  contribuire ad informare i cittadini e ad invertire una tendenza, pur non escludendo di assumere ogni iniziativa urgente per limitare ulteriori danni alla finanza pubblica e alla salute dei cittadini.

Le maggiori spese potranno essere sostenute con la riforma del sistema tributario locale che parte dalla consapevolezza che non tutti i cittadini versano la TARSU (tassa rifiuti solidi urbani) ovvero la versano come succede per l’ICI.  

Essendo questi due tributi fondamentali per le casse comunali occorre riformare il sistema di riscossione con l’introduzine di:

-         riscossione a mezzo modello Unico;

-         per coloro che non sono obbligati alla presentazione del modello Unico o non hanno CUD, possibilità di versare a mezzo pagamento elettronico (tipo bollo auto presso i tabaccai);

-         obbligo del versamento mediante il sostituto di imposta (datore di lavoro etc);

-         obbligo in capo ai professionisti (commercialisti, ingegneri, geometri, notai etc.) di segnalare nella documentazione presentata agli Uffici finanziari gli estremi di versamento delle relative imposte comunali ed in caso di omissione gli uffici procederanno al recupero coattivo con il pregresso degli ultimi cinque anni;

-         obbligo di trasmissione dei dati da parte delle aziende di servizi con conseguente controllo incrociato degli obbligati al versamento.

 

 

 

 

Scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose o camorristiche

 

 

 

La Democrazia Cristiana, pur ritenendo che le forze politiche devono impegnarsi con tutte le energie e gli strumenti disponibili a combattere ogni forma di infiltrazione nella p.a. di soggetti ed organizzazioni malavitose non può esimersi dal constatare che, a volte si procede allo scioglimento di amministrazioni democraticamente elette senza i dovuti approfondimenti.

 

Difatti l’attuale procedimento di scioglimento del Consiglio comunale ai sensi e per gli effetti dell’art.15, L. 55/1990, nel concludersi con decreto prefettizio di scioglimento, concede alla assise locale la sola possibilità di rivolgersi alla giurisdizione amministrativa del TAR ed in secondo grado al Consiglio di Stato.

 

Ai fini di una maggiore velocità, da un lato, e certezza sostanziale dall’altro, si propone una riforma del procedimento che devolva il verbale del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica al vaglio di una speciale sezione della Corte di Cassazione, la quale, dopo aver istituito una sorta di procedimento sommario, possa ratificare, e quindi rendere esecutivo, il decreto prefettizio di scioglimento, in alternativa e di converso, laddove non risulti chiaramente documentato l’atto accusatorio rivolto all’assise locale, chiudere il procedimento con un’archiviazione della proposta prefettizia.

 

In questa maniera, da un lato viene tutelato il diritto di difesa come garantito dalla Costituzione, dall’altro si devolve ad organo giudicante la indagine sostanziale della effettiva sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto per lo scioglimento del Consiglio comunale. Resta chiaro che in caso di scioglimento rimane ferma la possibilità di adire il TAR ed in secondo grado il Consiglio di Stato.

 

 

 

 

  

 

 

LA QUESTIONE LEGALE SULLA TITOLARITA’ DEL SIMBOLO

 

La sentenza n. 19381/2006 del Tribunale di Roma, ha accolto integralmente la domanda della Democrazia Cristiana e condannato il “CDU” a cessare ogni molestia nei confronti del partito attore, in ordine all’uso in qualunque sede del nome Democrazia Cristiana e del simbolo costituito da uno scudo crociato con scritta “Libertas”, o di qualsivoglia altro atto ad ingenerare confusione; la sentenza l’oggetto principale è l’uso del nome e del simbolo della storica DC, e il divieto di farne uso, in qualsiasi occasione, è rivolto dall’autorità giudiziaria “erga omnes”. L’ efficacia della sentenza n. 1931/2006 si riflette sia sul CDU, che sull’UDC, quale suo avente causa; infatti l’ “UDC”, quale suo avente causa; infatti l’ “UDC” ha avuto proprio dal “CDU” (benché questi non fosse legittimato a tanto) l’autorizzazione ad usare detto simbolo, nonostante non gli fosse appartenuto.

 

Anche se detta sentenza, per vero è stata appellata, è vero anche, che l’istanza di sospensione della sia efficacia su ricorso del CDU è stata rigettata con ordinanza del 24/1/07 nel procedimento civile n. 6902/06 C.A..

 

Alla luce di tanto la sentenza n. 9870/06 ripetutamente richiamata dall’UDC non può rappresentare alcun ostacolo alla nostra titolarità del simbolo e del nome “DEMOCRAZIA CRISTIANA”.

 

A parte il fatto che è stata prontamente appellata ma è antecedente a quella da noi richiamata (19381/06). La stessa inoltre si basa sul falso presupposto che l’UDC, ha ricevuto dal CDU (che lo aveva a sua volta ricevuto dal PPI) e che, in buona sostanza, non ne era il proprietario (né lo era mai stato).

 

La circolare del Ministero dell’Interno del 17/04/07 ha confermato il riconoscimento nazionale della “DEMOCRAZIA CRISTIANA”.

 

CONCLUDENDO

 

Il Partito della DEMOCRAZIA CRISTIANA, in persona del legale rapp.te p.t. Segretario Amministrativo dott. Armando Lizzi e del Segretario Politico prof. Giuseppe Pizza, è l’unico legittimo titolare dell’uso sia del nome Democrazia Cristiana che del simbolo dello scudo crociato.

 

 

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